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NBA semifinals, verdetti e delusioni


Stavolta niente sweep per i Cavs…

Eastern: Magic-Cavaliers 4-2

Western: Lakers-Nuggets 4-2

The mistake on the lake: questo era Cleveland prima dell’era di king (LeBron) James, prima di quella fortunata e benedetta chiamata numero uno al draft del 2004. Il ragazzone, cresciuto a qualche chilometro dalla locale arena, è un predestinato, un uomo in missione. Purtroppo per lui le favolette melense non esistono, ma esistono gli avversari ostici, i pronostici ribaltati (e ribaltabili, come i sediolini del suv che LeBron ha vinto in qualità di mvp della lega, e regalato alla comunità natale per degli eleganti servizi pubblici).
Nel loro percorso ad est, i Cleveland Cavaliers del “prescelto” avevano distrutto molti record, con un rendimento casalingo ai limiti della perfezione e i primi due turni dei playoff passati in scioltezza con due ecumenici 4-0 che lasciavano poco spazio ai dubbi. L’enorme cartellone diventato ben presto il principale must see di Cleveland (alla faccia del museo del rock) recitante “We are all witnesses”, siamo tutti testimoni della sfacciata prepotenza atletica di James, era l’emblema di una speranza (o meglio di una convinzione): i Cavaliers sono destinati a giocarsi le agognate Finals contro i Lakers di Bryant – mica male come progetto, anche secondo il commissioner Stern.

L’uomo propone, Superman dispone. Perché l’enorme Dwight Howard (alias Superman, dopo le sue gesta nelle ultime due gare delle schiacciate all’All Star Weekend), insieme alla banda di cecchini formata da Turkoglu, Lewis, Pietrus, persino Alston, ha disposto a piacimento del sogno lebroniano di una stagione da dominatori fino in fondo. Il risveglio dopo l’ennesima sconfitta di Orlando, totale 4-2, netta, indiscutibile, quel risveglio fa male a tutti, e al Re in primis ma fa anche sorridere i sornioni Lakers già in finale (4-2 anche loro, complice un Gasol da urlo col redivivo Odom) e qualcuno nella Grande Mela pronto a svenarsi pur di portare al Madison sua eccellenza James durante la torrida estate dei free-agent nell’anno domini 2010.

Come già evidenziato in regular season, Cleveland non ha le risposte tattiche ai rompicapi proposti dalla banda firmata Van Gundy (un omino frenetico, antipatico ma davvero capace), e se non fosse stato per l’incredibile boozer di gara due griffato James, avrebbe rischiato (la compagine del Re) di finire schiacciata da un cappotto di proporzioni imbarazzanti. Gara sei non differisce dalle altre: Howard dispone a piacimento dell’ottuagenario Ilgauskas (sempre più simile a un pallavolista in pensione della CCCP) con manovre in post-basso da maestro o con educati passaggi a punire il raddoppio del Cavs di turno, raddoppio dal quale nascono tiri dall’arco piuttosto agevoli per i precisissimi three-pointer dei Magic. Quasi non serve il pick and roll più lungo di sempre (Howard-Turkoglu) perché non c’è mai partita nella serata in cui Lui, il Re, il Predestinato, per una volta manco ci prova più di tanto (complice probabilmente anche la stanchezza dovuta alle estenuanti precedenti gare, ed in particolare all’ultimo quarto di gara 5, vinto di fatto dal solo James).
Lo scarto in doppia cifra finale è il perfetto paradigma di una serie che semplicemente coach Brown non è stato capace di vincere (e forse neanche la dirigenza, che avrebbe potuto valutare l’ipotesi di qualche acquisto ad hoc, a tempo debito, per affrontare le immarcabili ali di Orlando), un’impresa che, per il momento, neanche LeBron può portare a termine tutto da solo (vero Mo Williams?).

Ma c’è tempo, come minimo un anno ancora prima del fatidico 2010, e c’è da scommettere che James queste serate se le legherà a qualcuna delle sue enormi dita. Nel frattempo godiamoci pure questa finale imprevista: Orlando può dar filo da torcere a chiunque, Bryant’s compresi.

Pubblicato il 1/6/2009 alle 13.4 nella rubrica Bar Sport.

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